Interviste e Recensioni

Barbara d’Urso, la “Dottoressa Giò” è la sua versione migliore

Ieri sera è andato in onda il terzo e penultimo episodio della nuova stagione della Dottoressa Giò, serie tv debuttata nel 1997 su Rete 4 (dopo il film tv omonimo trasmesso su Canale 5 nel ’95), con Barbara d’Urso protagonista nei panni di un’ostetrica. Gli ascolti, sin dalla prima puntata di questa terza stagione, sono stati indubbiamente deludenti rispetto alle aspettative (probabilmente molto elevate, data la rilevanza della d’Urso in Mediaset), calando puntata dopo puntata. Ieri la fiction ha totalizzato 2.444.000 spettatori pari al 10.2% di share, facendo retrocedere Canale 5 a terza rete in prime time (in termini di share), dopo Che Tempo che fa su Rai1 e Le Iene su Italia 1. Il famoso 22% è ben lontano e quindi… niente caffeuccio.

Tuttavia, gli ascolti spesso si sopravvalutano e non possono essere considerati esaustivi nella valutazione della qualità di un contenuto televisivo.

In effetti, la fiction diretta da Antonello Grimaldi, la cui ultima puntata andrà in onda martedì prossimo (qui le novità sul cambio della collocazione settimanale che riguarda anche l’Isola dei Famosi), è ricca di propositi sociali non indifferenti. Già dalla prima puntata è palese l’attenzione dedicata a un tema di stringente attualità tanto caro alla conduttrice di Canale 5, la violenza sulle donne. E proprio a partire da questo innegabile cancro sociale, su cui è imperniata la serie tv, è stato creato il filo rosso che lega tra loro le varie puntate: l’esigenza – sostenuta con irrefrenabile convinzione dalla dottoressa Basile, ma offuscata e ostacolata in tutti i modi dagli antagonisti, il dottor Monti (Christopher Lambert) e la direttrice dell’ospedale, – di un centro ospedaliero di dialogo e accoglienza per le donne in difficoltà, per i più variegati motivi.

Motivi che, paziente dopo paziente, vengono (di)mostrati dalla tuttofare Giò ai suo colleghi e, soprattutto, al pubblico a casa. Così, si è passati dalla donna incinta, vittima del marito che ha tenuto in ostaggio lei e la dottoressa, salvo poi essere neutralizzato con un colpo di pistola dalla donna stessa, al giro di baby-prostitute con herpes genitale, sfruttate in cambio di favori o denaro; dalla signora licenziata dalla ditta in cui lavorava perché spesso assente per via di una malattia seria, non considerata per tempo dalla legge italiana, alla mamma che soffre di depressione post-partum; da un tradimento che ha portato alla nascita di un bambino in una famiglia del sud apparentemente retrograda fino ad arrivare al culmine dell’impegno sociale profuso finora da Barbara d’Urso in vesti di attrice, con il caso di una coppia di donne, sposate, vittime di violenza da parte di un gruppo di soggetti che le avrebbero aggredite per via delle loro scelte di vita.

Le due donne, infatti, erano ricorse all’inseminazione artificiale in Spagna e una delle due stava per partorire. Dopo l’aggressione, la mamma naturale è riuscita a dare la vita alle due gemelline, rischiando , però, di perdere la propria di vita e di lasciare le bambine senza alcun genitore legalmente riconosciuto, poiché in Italia sua moglie non deteneva alcun diritto sulle piccole.

Barbara D’Urso, dopo “chi ti picchia non ti ama”,  ha così portato un altro suo cavallo di battaglia nella sua fiction: la lotta contro l’omofobia e il diritto all’amore e ad avere un figlio per tutti.

I due personaggi, la conduttrice e la dottoressa, si sovrappongono. La Basile, nel racconto, resta Barbara d’Urso agli occhi del telespettatore e quest’ultima si confonde con Giò nelle trasmissioni del pomeriggio. Senza certi talk di discutibile interesse e gusto e notizie sensazionalistiche, talvolta imbarazzanti, però, la d’Urso conduttrice è migrata in Giò, nella versione migliore di sé.

Anche nelle prime due stagioni dello scorso millennio le donne erano al centro della trama. I temi trattatati, talvolta ripetuti in quest’ultima serie, spaziavano dalla violenza dei compagni/mariti e dei padri a malattie gravi, dall’abbandono dei neonati alle relazioni d’amore non accettate dalle famiglie, dall’aborto alla vita artificiale garantita dalle macchine, dai figli nati in seguito a uno stupro ai trapianti di cuore, dal suicidio all’aids.

Insomma, la Dottoressa Giò, da quando è nata, ha il pregio di portare alla luce molti problemi sociali di stringente attualità, dando prova di riuscire a stare al passo coi tempi, misurandosi con una sfida educativa apprezzabile per un contenuto commerciale. La narrazione, quasi completamente incentrata sulla protagonista costantemente portatrice di verità e bontà, tra l’altro, è via via più coinvolgente e la recitazione dell’intero cast, rispetto alla prima puntata, è migliorata.

Barbara d’Urso, che è un personaggio comprensibilmente divisivo e opinabile, si sa, merita un attestato di coerenza rispetto alle sue personali battaglie e di coraggio per aver osato rischiare, sia nei contenuti, sia nella scelta di tornare a recitare (anche bene) pur senza necessità di un rilancio mediatico.