Interviste e Recensioni

La Compagnia del Cigno, esperimento audace, un po’ magico, ma estremamente attuale

Ieri sera si è concluso il racconto de La Compagnia del Cigno, fiction di Rai 1 con protagonisti sette giovanissimi studenti del Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano.

Una storia ambiziosa, che ha portato in prima serata la musica classica e che l’ha fatto con il desiderio di avvicinare ad essa i più giovani. Un obiettivo coraggioso perseguito attraverso una narrazione incentrata sulle vite di 7 adolescenti assolutamente diversi, legati da una viscerale faticosa passione comune: quella per la musica. Quest’ultima li ha fatti incontrare, li ha resi intimi amici e li ha tenuti uniti sino alla fine, nonostante le difficoltà.

Un amore, quello per l’armonia delle note musicali, che, in quanto tale, è costato rinunce e sacrifici che vengono messi in risalto durante tutta la serie – probabilmente con l’intenzione di trasmettere il rigore e la disciplina che una vocazione di questo tipo richiedono – anche e soprattutto mediante la figura intransigente, insopportabile e, talvolta crudele, del maestro e direttore d’orchestra Marioni, detto il bastardo.

Quest’ultimo è stato interpretato con incommensurabile realismo da Alessio Boni, che ha saputo immedesimarsi in un personaggio antipatico, aggressivo, pesante ed estremamente complesso per via della sua storia personale, scavando a fondo nella sofferenza del suo animo e mostrandone la sensibilità latente, percettibile solo agli occhi di quei sette ragazzi che proprio lui aveva messo insieme a lavorare e che, col tempo, hanno imparato ad apprezzare il suo atteggiamento francamente ai limiti dell’accezione universalmente accettata di umanità.

Il guscio rigido, che si è costruito attorno, difficilmente viene messo da parte, anche nei momenti di maggiore felicità, difficoltà e commozione: scelta controcorrente che, tuttavia, non delude il telespettatore in cerca della parte buona che è in ognuno di noi, grazie a quegli intimi momenti di fragilità che costellano la sua quotidianità e al sublime rispetto per la musica, che, spesso, antepone ai sentimenti delle persone che incontra sul suo cammino. Non lo fa per cattiveria, ma, per un cinismo limitante che il telespettatore, nel corso della serie, è stato educato ad accettare e che è compensato da una vena altruistica, espressa, sempre in maniera fredda e distaccata, con il tentativo di spronare i suoi studenti a superare le proprie debolezze, proprio come lui stesso ha dovuto fare, costretto dal destino.

La pesantezza della vita in conservatorio e delle vicende del professor Marioni e di sua moglie Irene (una credibile Anna Valle) viene smorzata, fortunatamente, dalle avventure quotidiane dei giovani protagonisti, ciascuno dei quali, insieme alla propria famiglia, è rappresentante di alcuni temi sociali che lo sceneggiatore e regista Ivan Cotroneo ha voluto valorizzare a fini evidentemente educativi per il suo pubblico: la scomparsa di un genitore; la morte di un figlio e il timore di averne un altro; l’aborto; l’omosessualità, inizialmente trasmessa con una facile ironia che rischiava di cadere nel luogo comune, saggiamente maturata nel corso delle puntate in un rapporto di coppia perfettamente catalogabile come storia di una straordinaria normalità, ugualmente diversa a tutte le altre; la disabilità, comunicata in una forma insolita e geniale attraverso una ragazza con una bella faccia tosta, che ha evitato di vittimizzarne i portatori; il bullismo; le famiglie separate e le conseguenze che ne derivano, soprattutto per i figli piccoli; l’affido e il rapporto con i genitori biologici e tra quest’ultimi e i genitori putativi; le differenze di ceto sociale che, ancora oggi, possono determinare dissennate preclusioni; la naturalezza e l’utilità della psicoanalisi per scavare dentro di sé e affrontare i problemi del passato; la malattia, accolta con inevitabile tristezza, ma affrontata con fiducia in maniera coesa dai componenti della famiglia coinvolta; l’amicizia, nata da una passione innata e la scoperta, esageratamente accelerata nel corso dell’ultima puntata, dell’amore adolescenziale.

A fare da sfondo a questo variegato e attuale intreccio di realtà sociali, il ricordo dei terremoti di Amatrice (città natale del giovane Matteo) del 2016 e del 2017, ricostruiti in una breve scena che ha permesso all’osservatore un’immedesimazione molto più autentica rispetto ai tanti racconti di cronaca di quel periodo. E proprio ad Amatrice, nella veranda di una delle casette prefabbricate, si è concluso il racconto della compagnia che ha preso il nome da Giuseppe Verdi, detto il Cigno di Busseto. Un ben riuscito tentativo di identificazione, ma anche un chiaro invito a riportare attenzione e impegno verso quelle vittime sopravvissute a una tragedia, che hanno perso i propri cari, il proprio stile di vita, la casa e tutto quello che in essa vi era conservato e verso quei territori, un tempo meravigliosi angoli del Belpaese, oggi desolate terre quasi dimenticate.

L’indubbio interesse dedicato ad argomenti di concreta attualità  non ha impedito alla fiction di Rai 1 di fare un largo uso dell’immaginazione, talvolta ridondante, proponendo episodi inverosimili, ma anche gradevoli. Forse, anche questo è un invito, forse a sognare.

Da apprezzare (ma di gran lunga migliorabile) l’esperimento delle performance canore dei giovani della Compagnia, stile musical.

Insomma, La Compagnia del Cigno: un prodotto ricco di ingredienti – con il raro coraggio di mettere a nudo la sofferenza umana (inizialmente quasi insostenibile) ostentandola in continuazione, ma mitigandola con la giusta dose di speranza – che ha osato molto nei contenuti e nel linguaggio (quello di Brahms, Bach, Chopin, Beethoven e non solo); con un cast di talentuosi giovani musicisti reali (qui sotto l’elenco), che si sono improvvisati attori con ottimi risultati, e valorosi volti noti (oltre a Boni e Valle, Giorgio Pasotti, Alessandro Roja, Carlotta Natoli, Giovanna Mezzogiorno, Rocco Tanica e la sorprendente partecipazione di Michele Bravi, tra gli altri); una colonna sonora di prestigio scritta e interpretata appositamente da Mika (che ha anche fatto un simpatico cameo) e, per ultimi, perché la qualità, aldilà dell’opinione diffusa, non dipende da questi, ascolti entusiasmanti, sempre vincenti, attorno a una media di 5 milioni e mezzo di telespettatori e il 23% di share.

Numeri che lasciano presagire una seconda stagione, che sarebbe agevolata anche dalla facile evoluzione della trama, sostenuta dal poderoso indotto editoriale creato intorno alla fiction (il romanzo, i libri dedicati ai 7 protagonisti, i dvd, le canzoni) che ha saputo attrarre un pubblico sempre più difficile da raggiungere per la tv, per la Rai in particolare, quello dei giovani. Seconda stagione, però, che rischierebbe di minare la bellezza e il successo di un lavoro unico e di qualità. 

 

ELENCO DEI 7 GIOVANI INTERPRETI PROTAGONISTI:

  • Leonardo Mazzarotto: Matteo
  • Fotinì Peluso: Barbara
  • Emanuele Misuraca: Domenico
  • Hildegard De Stefano: Sara
  • Chiara Pia Aurora: Sofia
  • Ario Nikolaus Sgroi: Robbo
  • Francesco Tozzi: Rosario