Interviste e Recensioni

Sanremo: circolo virtuoso e vizioso al contempo. Finirà mai?

Ieri sera, con la proclamazione di Mahmood come vincitore, si è conclusa la 69esima edizione del Festival di Sanremo.

Una tradizione, evidentemente ancora molto sentita nel Paese, seppur non all’unanimità. Probabilmente si tratta dell’evento musicale e d’intrattenimento (non sportivo) più influente del Belpaese, con una rara capacità di monopolizzare l’attenzione mediatica, la quale si riflette inevitabilmente sulle persone. O, forse, è proprio il sentimento delle persone che viene rappresentato e amplificato dai mass-media. Questo è un rebus secolare che riguarda i mezzi di comunicazione di massa; indubbiamente tutti agenti attivi e, insieme, riflessivi delle tendenze sociali. Nel tempo che viviamo, però, fatto sempre più di connessioni di individui, singoli, più che di vere comunità, in cui il senso di appartenenza a una qualunque realtà è labile, la tv sembra ancora in grado di stimolare il pubblico, di fare il primo passo, creando coesione sociale, ma anche imponendosi sui telespettatori.

Il Festival è una garanzia (seppur non facile, anzi faticosissima) in tempi di costanti e repentini cambiamenti. E’ come se la prestigiosa entità sanremese ingiungesse sul Paese e non se ne potesse fare a meno. 5 giorni all’anno in cui – in tv, in radio, sulla stampa e anche sui social (seppur in maniera meno totalizzante) . c’è, praticamente, solo Sanremo. E’ così e basta. Anche se la televisione di solito non la guardiamo, le canzoni in gara non ci entusiasmano, le gag a volte annoiano e i conduttori sono scoordinati, si continua a seguire. Magari, non assiduamente, non integralmente, ma è complicato rimanervi  assolutamente esclusi. Presumibilmente, non ci chiediamo neanche il perché.  E’ un cult, “c’è da sempre e ci sarà sempre” potremmo pensare, forse lo pensiamo. Ma, è davvero così?

Nulla può essere dato per scontato, neanche le certezze di oggi, le quali potranno non essere, e facilmente non saranno, quelle di domani. Il Festival, però, negli ultimi anni, ha saputo correre dei rischi, costretto dai tempi che corrono, e ha dimostrato di sapersi adattare ai cambiamenti, anche con successo. Il Festival è sempre più maturo, ma è stato capace di rispondere progressivamente, e quest’anno forse più che mai, alla perenne esigenza di ringiovanimento. L’edizione 2019 non può non essere ricordata per la sua altissima concentrazione di giovani big e per il coraggio di portare all’Artiston brani che segnano una svolta, della musica (“Soldi, il brano vincitore, ne è una dimostrazione), come della nostra società. Innovazioni percepite già da tempo dalla Rai che, da anni, punta ad attrarre sempre più giovani ascoltatori, senza deludere lo “zoccolo duro”. Pare ci stia riuscendo.

Questa edizione, temeraria – per il merito di aver esaltato la musica italiana e di aver colto la necessità di rappresentare più fedelmente il panorama discografico -, ma a tratti noiosa, anche per via di canzoni non totalmente entusiasmanti, ha registrato una media di 9.797.706 tlsp (49,38%), in calo rispetto alle medie rilevate dal 2015 (dal 2016 per quanto riguarda lo share), ma in rialzo di 3 punti % rispetto alla media degli ultimi 15 anni. Naturalmente, alcuni decrementi sono fisiologici, anche perché il panorama mediatico è in continua evoluzione, ma non si può non considerare il 73.7%, ottenuto con l’annuncio dei vincitori. L’edizione ha conquistato buoni risultati sui target giovanili: la finale di ieri, per esempio, è stata vista (nella seconda parte) dal 65,03% dei 15-34enni. La fruizione su Ray Play è cresciuta in maniera significativa (6,1 milioni di views dal 5 al 9 febbraio, il 40% in più rispetto al 2018). Dati da non sottovalutare.

Il talento artistico, la pacatezza e l’elegante autoironia di Claudio Baglioni sono qualità che hanno contraddistinto positivamente la sua direzione artistica, oltre che la sua conduzione. Maggiore chiarezza sulla questione della clausola di trasparenza contrattuale sarebbe stata, però, da parte sua e della Rai, non solo apprezzabile, ma anche doverosa. I compagni d’avventura del dirottatore, di questa edizione del Festival della Canzone Italiana, sono stati indiscutibili valorosi professionisti, che hanno avuto l’innegabile capacità di sperimentare, anche se non sempre con risultati eccezionali, in particolare per Claudio Bisio, visibilmente a disagio sul palco dell’Ariston e meglio valorizzato in contesti più informali. Anche Virginia Raffaele ha sofferto della spaventosa nomea del palco di Sanremo e delle sue conseguenze, ma si è confermata una ineguagliabile intrattenitrice.

Un’edizione, come al solito, molto commentata e intrisa di polemiche, perché Sanremo è Sanremo. E, nonostante tutto, (sicuramente mutando pelle) rimarrà Sanremo, l’evento. Fatto di persone che, ogni anno, provano a sorprendere con ricercatezza, rassicurando. E’, senza dubbio, questa una delle chiavi del suo successo.

Ve la immaginate la fine di Sanremo? Difficile pensarla: all’inizio di ogni kermesse si iniziano i pronostici sulla successiva. E’ un circolo virtuoso e, nel contempo, vizioso. La gente protesterebbe a tal punto da averne un altro? Oppure, sarebbe sollevata? O farebbe grande bagarre, come quella di ieri sera all’Ariston, per la quarta posizione della Berté (che il pubblico in sala voleva più alta in classifica), per poi arrendersi disillusa davanti alla realtà?

Non è chiaro, dunque, se il Paese senta la  reale necessità di avere un Sanremo o semplicemente colga, passivamente, l’iniziativa, perché certe cose le capisci solo quando le stai per perdere o le hai già perse; di sicuro, però, Sanremo è un fenomeno inclusivo e, nel breve termine, dati i riscontri, è difficile che la Rai voglia liberare il pubblico da questa incognita, lasciandoselo scappare.