“Se sento paura so che devo farlo”. Così il regista Luca Ribuoli introduce il suo ultimo lavoro, Non abbiam bisogno di parole, dal 3 aprile solo su Netflix. Un film che racconta una storia di crescita, una famiglia, un sogno, una vita con tutti gli ostacoli che può comportare. Ma soprattutto con le responsabilità che possono gravare su un’adolescente in una famiglia che ha bisogno di lei.
A interpretare questa sedicenne, divisa tra il proprio nido domestico e le nuove prospettive che le si aprono all’orizzonte, è Sarah Toscano, al suo primo ruolo da attrice. La sua Eletta è l’unica udente in una famiglia di persone sorde per le quali rappresenta l’anello di congiunzione con il resto del mondo. Così la musica, e la scoperta del ‘dono’ del canto grazie alla professoressa Giuliana (Serena Rossi), diventa il terreno più aspro e difficile con cui fare i conti.

Sarah, sei al tuo primo ruolo in un film, per di più da protagonista: che sfida è stata interpretare Eletta?
È stata sicuramente una grandissima sfida, perché era la prima volta che avevo a che fare con il mondo del cinema. Ed era anche la prima volta che entravo in contatto con la comunità dei sordi, quindi per me era davvero tutto nuovo.
Ho avuto però la fortuna di avere il regista, Luca, molto presente durante tutto il percorso di preparazione: teneva molto a seguire personalmente i tre mesi di lezioni che ho fatto prima delle riprese. Era lì ogni giorno, negli studi, insieme a Flavia, la mia acting coach, e a Laura, insegnante di LIS, che mi hanno accompagnata passo dopo passo. Ho avuto tante difficoltà, perché era davvero un mondo nuovo e avevo anche paura. Però sono stata molto aiutata, e il fatto che abbiano creduto così tanto in me è stato fondamentale.
In che cosa siete affini e in cosa, invece, siete diverse tu ed Eletta?
Eletta è un personaggio abbastanza diverso da quella che sono io nella vita reale. La prima cosa che abbiamo fatto con Flavia è stata leggere tutto il copione e capire davvero chi fosse: dovevo avere un’immagine molto chiara del personaggio. La cosa principale che ci accomuna è sicuramente la musica. Entrambe abbiamo scoperto molto presto questa passione e abbiamo sentito il bisogno di inseguirla con determinazione, nonostante le difficoltà e gli ostacoli che inevitabilmente si incontrano lungo il percorso. Eletta, nel film, va a prendersi il suo sogno. Ed è quello che sto cercando di fare anch’io nella vita reale.
Hai preso ispirazione dal film originale a cui si ispira Non abbiam bisogno di parole, ovvero La famille Bélier?
In realtà il consiglio principale che mi ha dato Luca è stato proprio questo: non ispirarmi troppo agli originali. Mi ha detto di cercare piuttosto di capire chi fosse davvero il mio personaggio. Di costruirlo a partire da quello che avevo letto nel copione, da quello che emergeva nei confronti con Flavia e dal lavoro fatto insieme. Quindi il punto non era replicare qualcosa che già esisteva, ma trovare la mia Eletta. Magari partendo anche da persone reali che fanno parte della mia vita e che potevano avere caratteristiche simili. I riferimenti, quindi, pur avendo visto entrambi i film, ho preferito cercarli altrove.
Hai imparato anche la LIS. Com’è stato questo confronto, anche rispetto alla dimensione familiare raccontata nel film?
Anche quella è stata una grande sfida. Naturalmente non ho imparato tutta la LIS, perché è una lingua complessa e servono anni per conoscerla davvero, però ho fatto tre mesi molto intensi, con lezioni quotidiane. Ho imparato tutto il copione in LIS e molti elementi fondamentali della lingua. In più ho avuto la fortuna di lavorare con attori che nella vita reale fanno parte della comunità sorda, cosa che mi ha aiutata tantissimo. Perché anche fuori dal set avevamo la possibilità di comunicare, confrontarci, vivere davvero quella lingua anche nei momenti quotidiani. Ho imparato molto anche da quel lato umano.
Cosa ti hanno insegnato?
Quello delle persone Sorde è un mondo completamente diverso e quando entri in quel contesto vivi davvero un’altra realtà. Confrontarmi con loro anche fuori dalle riprese è stato molto importante per me, perché abbiamo provato insieme, parlato, condiviso tempo anche al di là del set. Una delle prime cose che ho imparato, per esempio, è che non si guardano le mani ma gli occhi. Io all’inizio pensavo fosse naturale osservare i gesti, invece non è così. Mi hanno insegnato proprio questo e da quel momento ho iniziato a farlo naturalmente anche sul set.
Ci sono poi tante piccole cose quotidiane che impari vivendo davvero quel mondo. Per esempio: come richiami una persona sorda? Batti sul tavolo, così percepisce la vibrazione. Sono dettagli che sembrano semplici, ma viverli nella realtà mi ha aiutato tantissimo poi nel riportarli dentro il film. Io ho cercato di fare tutto il possibile con grande rispetto. Spero davvero di aver portato bene questo messaggio e di essere stata credibile.
Rotto il ghiaccio con il cinema, vorresti continuare
La recitazione è stata probabilmente la parte più difficile di quest’esperienza! Mi è servito tempo prima di capire davvero cosa significhi essere un’altra persona. Capire che non basta dire una battuta, ma bisogna entrare dentro un altro modo di stare al mondo… Ed è stato un percorso molto intenso. Alla fine mi sono innamorata del mondo del cinema! E mi sono innamorata soprattutto dell’idea di vivere, anche solo per un periodo, la vita di un’altra persona. È qualcosa di incredibile. Per questo sì, mi piacerebbe continuare anche in futuro su questo percorso, naturalmente parallelamente alla musica.
E proprio la musica sta chiamando Sarah Toscano che, dopo i live 2025, torna dal vivo a maggio con il Met Gala Tour 2026. In fondo il modello artistico è uno e dichiarato: “Lady Gaga”, confessa la ventenne che si dimostra sulla strada giusta, perfettamente a proprio agio sul set quanto sul palco.
Immagini Netflix

