Per la prima volta in gara al Festival di Sanremo, nayt porta sul palco dell’Ariston Prima che, brano introspettivo scritto da lui e prodotto da Zef. Una canzone che nasce da una domanda precisa: cosa resta quando si tolgono le sovrastrutture sociali e ci si incontra per quello che si è davvero?
Urban e cantautorato si fondono ancora una volta nella sua scrittura diretta e senza filtri, ben riconoscibile, che lo ha reso uno degli artisti più profondi e riconoscibili della sua generazione. A poche ore dalla prima serata, nayt ci racconta come sta vivendo questa sua esperienza.
Come ti senti in queste ore pre-esibizione?
Mi sento piuttosto bene e vorrei davvero vivere tutto al meglio, senza mettermi pressione. È un’occasione importante, per questo voglio cavalcarla con serenità.
Che cos’è Sanremo per te?
Una sorta di terapia d’urto. Cerco di essere onesto, sempre. Non voglio ricoprire il ruolo della star: sono un ragazzo che scrive canzoni. Mi dispiacerebbe un giorno sentirmi distante dai problemi comuni. Non voglio elevarmi sopra le persone, voglio restare connesso alla realtà.
Perché hai scelto Sanremo proprio quest’anno?
Ci pensavo da un po’, in verità ma volevo arrivarci con il pezzo giusto, qualcosa che rappresentasse davvero quello che faccio. Non volevo portare semplicemente una canzone d’amore. Nei miei brani parlo spesso del rapporto con la collettività. Faccio fatica a stare insieme agli altri, ma ci provo. Con la musica cerco di parlare alle persone che si sentono sole. Essere al Festival con un pezzo così mi rende molto felice.
Raccontaci del lavoro sul brano.
Ho un grande team. Da un anno lavoro con Zef e con lui abbiamo costruito il pezzo in maniera classica, in studio. Il ritornello l’ho scritto davvero in quindici minuti e ho capito subito che era forte. È stato uno di quei momenti in cui senti che qualcosa funziona davvero.
Per la serata delle cover, sarai accompagnato da Joan Thiele sulle note de La canzone dell’amore perduto di Fabrizio De André.
È stato complicato scegliere. Ho riflettuto a lungo per trovare una canzone italiana che sentissi davvero mia. Ho scelto un brano cantautorale fantastico. Abbiamo mantenuto la chitarra e sono rimasto fedele alla melodia, ma con una metrica più moderna. Non ci saranno barre inedite: volevo rispettare il pezzo. Ho immaginato fin da subito Joan Thiele con me perché mi sembra la persona giusta per condividere quel momento. Tra i suoi riferimenti cita Lucio Battisti ed Enzo Carella, a conferma di un amore dichiarato per la grande tradizione cantautorale.
Dal palco dei tuoi primi palazzetti all’Ariston in meno di un anno. Che viaggio è stato?
Devo dire che i palasport mi hanno dato una grande forza. Il mio obiettivo è far sentire il pubblico a casa, come mi sento io sul palco. Non vorrei avere fanatici. Ho un pubblico pieno d’amore e questo mi basta. Chi mi segue sa che non sono diverso da prima. Cerco di essere onesto.
E mentre la madre sarà in platea con la nonna la prima sera, lui resta concentrato sulla musica, anche al di là del gioco del Fantasanremo. Il 20 marzo, poi, uscirà io Individuo, suo decimo album in studio che nasce come riflessione sull’identità e sulle sue molteplici sfaccettature. All’interno anche Un uomo, uscito a ottobre e perfetta introduzione al cuore del disco, con la domanda: “com’è che si fa ad essere un uomo?”.
Foto di Alessio Albi via ufficio stampa

