Naturale è il brano con cui Leo Gassmann torna sul palco del Festival di Sanremo, primo appuntamento musicale di un 2026 che vedrà il giovane cantautore pubblicare il suo terzo album, ‘Vita Vera Paradiso’ (fuori il 10 aprile) ed esibirsi nei club nel mese di maggio. In tv, invece, lo abbiamo appena visto nel cast della miniserie L’invisibile, dedicata al racconto della cattura del latitante Matteo Messina Denaro. Lo stesso set sul quale ha debuttato come attrice anche un’altra prossima sanremese – Levante – a conferma della versatilità che molte voci italiane stanno dimostrando in questi anni.
“È stato emozionate– spiega Leo – la storia di uomini che io considero eroi: persone che combattono nell’ombra per permetterci di vivere in un Paese più libero e giusto. Sul set sono venuti anche i veri ROS, che ci hanno raccontato aneddoti di quell’anno, che è stato estremamente delicato. È stato tutto molto intenso”. Una carriera, quella di Gassmann, che ormai corre sempre di più sul doppio binario della musica e della recitazione.
E tornando proprio a Sanremo, al nuovo disco, poi il tour, Leo si è raccontato tra una prova e l’altra.
Ci racconti Naturale?
È una canzone che, secondo me, a livello di live rende molto, perché va interpretata, va cantata col cuore. È da cantare e da interpretare e ha una scrittura piuttosto moderna. Dal vivo colpisce molto, ed è la sensazione che ho avuto fin dalla prima volta che l’ho ascoltata. Si tratta dell’unica canzone dell’album che non ho scritto da solo ma è nata da un’idea di tre ragazze giovanissime e bravissime, al loro primo Sanremo. Si sono trovate per la prima volta in studio, hanno scritto questo brano pensando a me e poi me l’hanno mandato.
Io stavo scrivendo il mio disco, l’ho ascoltata e ho pensato: “Cavolo, questa canzone merita di essere provinata”. L’ho provinata, mi ha emozionato molto e l’ho proposta a Carlo. È una canzone che, se vogliamo, è semplice, è vero. Ma forse oggi abbiamo bisogno anche di cose semplici. Poi vedremo cosa succederà: è un’incognita anche per me, come per tutti.
Questo brano anticipa anche il tuo nuovo album. Che disco sarà?
Sì, è proprio un modo per raccontare tutto quello che verrà dopo. È un viaggio che mi emoziona moltissimo. Vita Vera Paradiso è un disco molto sincero. Devo ringraziare la mia etichetta, che mi ha lasciato libero di realizzarlo come volevo. È un disco coraggioso, mi verrebbe da dire, perché si ispira a generi musicali che in Italia magari sono meno ascoltati: ha influenze country e world. Ma soprattutto è un disco sincero anche nei featuring, con artisti meno conosciuti dal grande pubblico, ma che fanno parte della mia vita e che considero grandi cantautori.
Di chi stratta?
Ci saranno delle canzoni con un artista emiliano, Clemente Guidi, che stimo tantissimo: è un grandissimo cantautore, con una voce meravigliosa. Poi ci sono delle canzoni con Fadi, che per me rappresenta il cantautore romagnolo vero: vive nelle campagne, va a cercare i tartufi, fa un sacco di lavori, lavora con i motori. È figlio di un meccanico bravissimo, vive in un paesino in Romagna e passa le giornate tra le colline a fare musica, scrivere canzoni, aggiustarsi gli strumenti da solo. Sono due dei miei migliori amici, proprio.
Con Fadi hai fatto Sanremo Giovani, giusto?
Sì! È una persona incredibile, con una voce e un modo di scrivere pazzeschi. Ci divertiamo tantissimo insieme. E poi ci sarà un brano con Fasma. Anche questa è una collaborazione nata dall’amicizia: viviamo vicini e in questi anni è nata una grande amicizia, andiamo spesso a correre insieme. Per me è come avere un featuring con Lady Gaga, capito? Sono proprio felice, perché sono canzoni sincere.
A proposito di collaborazioni, per la serata cover hai scelto un altro amico, Aiello, con cui duetterai in Era già tutto previsto di Riccardo Cocciante.
Ero indeciso tra due canzoni, ma per questo brano pensato subito ad Antonio Aiello. Tanto che siamo andati a cena insieme prima che annunciassero i nomi dei Big e io gli ho detto: “Anto, se dovessero prendermi, per me sarebbe un onore salire sul palco con te e cantare Era già tutto previsto”.
Non sapevo come l’avrebbe presa, perché io mi sento sempre un po’ a disagio nel proporre cose musicali, anche agli amici. Sono abbastanza insicuro da quel punto di vista. Però gliel’ho proposto. Lui se l’è ascoltata per bene e il giorno dopo mi ha scritto: “Sappi che se dovessero prenderti, io ci sarò”. Antonio è molto pignolo, gli piace studiare le cose, immaginarsele. È una persona molto consapevole.
Quali altri artisti in gara conosci?
Conosco molto bene Eddie Brock. Ho assistito al suo ultimo concerto prima che il pezzo Non è mica te, che è poi esploso. Era all’Alcazar, a Roma, e ho vissuto insieme a lui il salto che ha fatto. Ci sentiamo spesso, anche a tarda notte, commentiamo le notizie, le cose. Ci vogliamo molto bene.
Conosco molto bene anche Arisa. È una persona stupenda, un’amica. Quando viene a Roma mi chiama, anche se non riusciamo quasi mai a beccarci nelle nostre città. Quando ci vediamo stiamo sempre molto bene, facciamo discorsi profondi sulla vita. Lei mi stima molto e io stimo molto lei. Le voglio davvero bene: oltre a essere una delle voci più belle che abbiamo in Italia, è una persona meravigliosa. Quindi lunga vita ad Arisa.
Conosco anche Fulminacci, perché giriamo più o meno nelle stesse zone a Roma. Ho conosciuto recentemente le Bambole di Pezza, anche loro persone stupende. E poi sto conoscendo Samurai Jay, ormai lo becco tutti i giorni, pure in albergo!
Se dico Eurovision?
Mi sono preparato su questo tema, perché ho ascoltato diverse dichiarazioni recenti in merito e devo dire che le ho trovate tutte legittime, anche se diverse tra loro. Per Natale mi sono preso sette giorni con la mia famiglia e ho ricominciato a leggere il libro di storia del primo liceo, per una questione personale. Mi sono reso conto che non ricordavo quasi nulla di quello che avevo studiato e sentivo il bisogno di capire come siamo arrivati al mondo di oggi, che fa molta paura.
Detto questo, non so dare una risposta netta. Anche perché l’idea di vincere Sanremo non è nelle mie previsioni: vedremo cosa succederà quando le canzoni saranno fuori. Più che altro mi piacerebbe aprire un ragionamento.
Quale?
Io vedo la musica come lo sport. Una cosa che mi ha sempre affascinato, e che ho ritrovato studiando la storia, è il significato delle Olimpiadi: erano un evento che permetteva ai Paesi in guerra di fermarsi, di fare tregua e di dialogare tra loro per quel periodo. Se la musica è come lo sport, e quindi dovrebbe essere libera dalle questioni politiche, la domanda che mi faccio è questa siamo sicuri che impedire a dei Paesi, e quindi a dei rappresentanti di quei Paesi, di partecipare a un contesto musicale sia la scelta giusta?
A quale risposta sei arrivato?
Io non sono d’accordo con tutto quello che sta succedendo, l’ho sempre dichiarato: sono pro Palestina, mi sono sempre schierato dalla parte dei più deboli. Ma mi chiedo se alzare muri e chiudere ogni possibilità di dialogo, anche con cittadini che stanno semplicemente inseguendo un sogno e facendo musica, sia davvero la strada giusta. Togliere la parola anche agli artisti, che non fanno politica ma potrebbero essere un ponte, anche leggero, di confronto, secondo me è pericoloso. Perché se continuiamo a costruire muri, le persone che stanno dall’altra parte inizieranno a parlare solo tra di loro, e quel contatto lo perdiamo per sempre.
So che è un discorso un po’ utopistico, me ne rendo conto, ma è una riflessione che sentivo di fare. Avrei potuto dire semplicemente sì o no, ma credo che questo tema meriti più attenzione. Io provo a mettermi nei panni di un cittadino che nasce in un Paese dal quale non può scappare, i cui leader prendono decisioni come entrare in guerra, bombardare, distruggere famiglie che magari, prima, erano anche amiche. È una questione delicatissima che non ha una risposta semplice.
Pensi sia possibile usare il linguaggio della musica per un dialogo?
A me dispiace l’idea di impedire a qualcuno di fare musica. Sono convinto che, se decisioni come la guerra fossero davvero nelle mani delle persone, certe cose non accadrebbero. Perché alla fine tutti vogliamo la stessa cosa: una casa, un tetto, mangiare, una famiglia, una vita dignitosa. Nessuno sogna la guerra. La guerra è fatta da interessi di pochi. Per questo credo che oggi, più che dividerci, dovremmo trovare modi per restare uniti. È un tempo storico difficile, pericoloso, e abbiamo bisogno, almeno tra cittadini, di incontrarci, di parlare, di chiederci: “Come stai? Com’è la situazione da te?”.
Foto di Francesco Rampi

