È nella storica Trattoria Arlati di Milano – la stessa che ha ospitato ai propri tavoli e sul palco al pianterreno Mogol, Battisti, Lavezzi e tanti altri musicisti – che Angelica Bove ha presentato il suo primo album, Tana. Disco che esce a meno di un mese dal Festival di Sanremo a cui partecipa fra le Nuove Proposte con Mattone.
Intensa, intima, a tratti struggente e con quell’approccio viscerale che solo chi scava a fondo nella propria vulnerabilità può avere, Bove riempie letteralmente lo spazio. Quello sonoro e quello fisico, con una presenza insieme forte e fragile. Insieme a lei, partners in crime nell’avventura sanremese e discografica, ci sono Federico Nardelli alla direzione artistica dell’album e alla co-scrittura dei brani con Matteo Alieno. Un terzetto che sa lasciare il segno.
Come racconteresti Tana?
È il mio primo progetto, il mio primo album, e nasce da un bel percorso, prima umano e poi artistico, durato due anni. Mi sono fatta tante domande, spero quelle giuste, e ho incontrato le persone giuste. Questo album, secondo me, è il riassunto di incontri importanti della mia vita, ovvero quelli con Matteo e Federico. Al di là del fatto che siamo tre romani – quindi daje Roma – in studio c’era familiarità: ci si sentiva a casa, c’era calore e una sintonia musicale fortissima, oltre che umana. Il nostro incontro, per me, è stato davvero magico.
Da questo incontro è nato anche Mattone, il brano sanremese.
La canzone si chiude con una domanda: Chi lo dice che un mattone serve solo a pesare?. In realtà un mattone serve a costruire. Per me questa frase racchiude tutto il percorso umano di cui parlavo, che poi è diventato musica, forse per un’esigenza anche inconscia. Mattone è il primo ‘mattone’ di questo progetto anzi, della mia vita. E tutti i pezzi che vengono dopo sono frutto di miei sfoghi, di miei racconti: è tutto totalmente autobiografico, ci tengo a dirlo.
La cosa forse più divertente è che tutto questo non nasce in studi ma. prima ancora, dalle mille chiacchierate che mi sono fatta con Matteo. Lui, oltre a essere un autore che stimo tantissimo, è anche il mio migliore amico ed è stato il contenitore di tutte queste emozioni, che poi, guarda caso, si sono trasformate in canzoni. Da lì è uscita Tana.
Hai partecipato a Sanremo Giovani anche nel 2024, non arrivando a conquistare un posto all’Ariston. Come avevi vissuto quella prima esperienza cosa ti ha convinta quest’anno a riprovarci? Con quali aspettative?
Allora, quest’anno l’ho vissuta con grandissima leggerezza. C’è stato questo mio percorso umano e personale, fatto di domande, e le risposte sono uscite in Mattone. Quando ci siamo trovati davanti a questo pezzo non c’era nessuna intenzione di proporlo in quella vetrina: Mattone è nato mentre stavamo costruendo il disco, non era nei piani. Noi ci stavamo divertendo. Poi, a un certo punto… arriva Sanremo.
Ed eccoci qui, oggi.
Quando abbiamo ascoltato Mattone ci siamo guardati negli occhi e, senza neanche dircelo, era chiara la voglia di portarlo in quel contesto e il desiderio di farlo ascoltare a più persone possibile. Per me è una cosa preziosissima, perché è la mia storia. Portarla su quel palco è un privilegio enorme: il privilegio di essere ascoltati è tanta roba. Ci siamo guardati e abbiamo detto: “Vabbè, e Sanremo sia, proviamoci”. È stato tutto molto all’ultimo, letteralmente un minuto prima, ed è stato divertente. La vivo come un gioco molto fico, da prendere con le giuste misure: non troppo sul serio, ma godendomelo.
A proposito di ascolti, che tipo di ascoltatrice sei? Quali sono i tuoi riferimenti musicali e cosa c’è nella tua playlist?
Ti confondo subito: ascolto di tutto! Posso partire dalle frequenze meditative a 432 Hz per andare a dormire serena, poi passo alla techno, alla house, alla drum and bass… di mattina, chiaramente, per svegliarsi e ricordarsi che siamo vivi! Ascolto pop inglese, rock, soft rock… mi sento anche scema a dire i generi perché non li conosco bene e rischio di sbagliare. Però davvero ascolto tutto. In realtà il 99% della musica che ascolto non è cantata. Una cosa però: Matteo Alieno, due anni fa, mi ha fatto scoprire davvero Lucio Dalla, che io prima non avevo approfondito. Forse è stato il mio primo vero amore italiano. Un cantautore enorme.
Hai detto che questo disco è il risultato di un percorso in cui ti sei fatta tante domande. Quali sono state quelle più importanti e come sei arrivata fino a qui?
Forse la domanda più importante che mi sono fatta è stata: chi sono? Sembra banale, ma a 22 anni a un certo punto te lo devi chiedere. Vieni dall’adolescenza, sei pieno di emozioni, di confusione, non capisci bene dove stai andando. Io mi sento ancora un’adolescente emotiva, però poi a una certa dici: forse è il caso di chiedermi chi sono, chi voglio essere, che intenzioni ho.
La risposta che mi sono data è stata: voglio essere un essere umano con le intenzioni migliori. Da lì è partito tutto il resto: domande, azioni, manifestazioni — non in senso spirituale, ma quasi scientifico. Quando visualizzi quello che vuoi essere, poi fai di tutto per arrivarci. Costruisci, semini, come dice Mattone. Costruisci il tuo approccio alla vita.
Alle spalle hai anche X Factor, cosa ti ha lasciato?
X Factor è stato l’inizio di tutto: la mia prima volta su un palco. È stato molto figo e molto formativo.
Tra i colleghi in gara tra i Big, se dovessi fare una Top 3 su chi punteresti?
Uh,non ci ho ancora pensato. Mi prendo qualche giorno per pensarci, va bene? In questo momento sto pensando molto alla mia gara e sono poco concentrata sul resto.
E dopo Sanremo cosa ti aspetta?
Questo album è stato scritto per cantarlo live, quindi non c’è nessun altro tipo di piano se non cantarlo, sappiatelo! (sorride, ndr) Quello che verrà dopo ancora non lo so, ma di certo aspettatevi live!
Foto di Nicholas Fols

