Michele Bravi si prepara al suo terzo Festival di Sanremo a cui partecipa con il brano Prima o Poi, scritto insieme a Rondine e Gianmarco Grande, e prodotto dallo stesso Bravi con Carlo di Francesco. Un monologo interiore sul senso di inadeguatezza di chi si sente spesso fuori posto. “Sanremo, per me, è l’apertura di un progetto – ci spiega –c’è questa canzone che chiaramente fa un po’ da testa d’ariete a tutto il concept musicale che ne seguirà. Tornare al Festival con questo brano è un modo anche per scardinare un po’ la mia nuova visione artistica, che è diversa dal passato”.
Cioè?
Io sono andato a Sanremo altre due volte, con un mondo musicale molto definito, quello della ballata cantautorale. Qui siamo sempre nella ballata cantautorale, ma rispetto alla scrittura c’è stato qualcosa di diverso. Dal pezzo di Sanremo si può già intuire tutto il percorso musicale che parte da questa canzone, ovvero un sistema quasi teatrale di costruzione del brano, dalla musicalità che c’è dietro una commedia. C’è un atteggiamento molto cinematografico, sia nella scrittura armonica sia in quella lirica.
Scegliere questa visione e poi poterla presentare dal vivo, cantarla per la prima volta senza che nessuno possa schiacciare “play” prima, dà anche a me la possibilità di dire: ok, se devo costruire un’ambientazione così teatrale e narrativa, farlo dal vivo è il modo migliore per raggiungere chi ascolta.
Anche il videoclip seguirà questa nuova visione?
Posso fare uno spoiler: sono riuscito a coinvolgere Ilenia Pastorelli alla sua prima regia: ha scritto e diretto una sua interpretazione della canzone, molto forte e molto personale. All’inizio sembrava quasi assurdo che lei iniziasse un percorso di regia. Mi preme dire, anche se lei non vorrebbe, che è riuscita a dire no a persone come Jay-Z e a dire sì a me semplicemente perché non sapeva chi fosse Jay-Z (sorride, ndr). La visione di Ilenia per questa canzone ho completamente stravolto la mia, perché la sua è molto più convincente e diretta, direi violenta emotivamente. Spero di riuscire a portarla con me anche a Sanremo, stiamo capendo le questioni di set e di giorni.
Quanto racconti di te in Prima o Poi?
Faccio uno spoiler sul disco: io amo il cinema, mi piace buttarmi nelle storie, capire la ritmica delle cose. Pensa alle commedie romantiche: i momenti di dolore sono rapidissimi, quelli d’amore sono carrellate di pace. In due ore vivi un arco emotivo perfetto ma nella vita vera è tutto più storto; ecco, con questo brano, e con questo disco, sto cercando di dire proprio questo: è tutto storto.
E quando, nel testo, canti “È come sotto la pioggia, davanti al citofono” parli di te?
Parlo di come mi piacerebbe stare male. Sai quando ti lasciano? A me è capitato di pensare: “Oggi servirebbe proprio che piovesse”. E invece c’è il sole che spacca le pietre. E ti dà pure fastidio, perché dici: ma perché non riesco a creare quel momento perfetto in cui sto davanti alla finestra, c’è la gocciolina di pioggia, e il mondo sembra andare d’accordo con il mio stato emotivo? Ti gira il culo perché dici: perché oggi è una bella giornata quando io devo stare male?

Quanto sarebbe più interessante dire: “Mi ha lasciato, stavo sotto la pioggia, fradicio”, invece che dire la verità: “Stavo di merda in spiaggia, a Torvaianica, con quaranta gradi”. Non coincide mai la scenografia che immaginiamo con quella reale. E allora cerchi di ricreartela intorno: magari metti una musica più tristarella, almeno c’è una colonna sonora che accompagna quel mood. Perché la vita, purtroppo, è più storta. Più allucinata. Non coincide mai come stai con quello che hai intorno. C’è una complessità di colori molto più ampia.
Che cos’altro puoi anticipare dell’album?
Stiamo ancora capendo le tempistiche – la colpa è mia, perché non l’ho ancora consegnato! – ma mi auguro, e ho promesso, che arriverà prima dell’estate. E poi ci sarà tutta la parte live, che è il vero motore da cui è nato questo disco. Questo brano, quando lo sentirete nella sua interezza, sarà più chiaro: è pensato e concepito proprio per un’esecuzione spettacolare.
Ci saranno collaborazioni?
Intanto, ho avuto anche la fortuna di coinvolgere grandi professionisti con cui desideravo lavorare da tempo. Primo fra tutti l’arrangiatore e direttore d’orchestra che mi accompagnerà a Sanremo, Alterisio Paoletti. Pochi sanno che dietro a tantissimi lavori di Céline Dion e di David Foster c’è lui: è un talento italiano enorme. Insieme siamo riusciti a far sì che quella teatralità fosse presente anche in chi esegue il brano con me.
Come è andato, allora, l’incontro con l’orchestra?
Quest’anno l’orchestra, per me, non è un semplice tappeto musicale: la loro esecuzione è un dialogo continuo con la mia voce. Questo mi ha permesso di creare, nel pezzo di Sanremo e in tutti quelli successivi, un grande senso cinematografico del racconto musicale. Ci sono tanti ambienti: un gusto rétro, uno più minimal, una vera e propria riscrittura sinfonica della mia scrittura musicale che ho potuto fare insieme ad Alterisio.
Che aspettative hai, proprio in relazione anche al progetto che arriverà?
La cosa incredibile del Festival, oltre al fatto che è un’esposizione mediatica enorme, è che è un propulsore per il pubblico. È come se ti desse una piazza gigantesca in cui puoi dire: iniziamo a chiamare le persone dentro questo progetto. Ti facilita il coinvolgimento di altri professionisti.
Nella serata delle cover, avrai al fianco Fiorella Mannoia: come è nata la vostra amicizia?
Lei è ormai è un pezzetto di cuore. La conosco professionalmente dal mio primo Sanremo: io ero lì con Il diario degli errori e lei era tornata con Che sia benedetta. Ma per me Fiorella è sempre stata una figura che stimavo a distanza. Sai quando stimi tantissimo una persona e preferisci non conoscerla troppo, perché dici: “Magari è meglio così”? Ecco, io con Fiorella ero così. Mi piaceva così tanto l’immaginario che creava che non mi interessava sapere cosa ci fosse nel backstage. Per questo sono sempre rimasto a distanza.
E invece…
…per una serie di incastri professionali, ci siamo avvicinati. E lì ho scoperto che il backstage di Fiorella mi piace addirittura più del suo talento. Ha superato l’aspettativa. Condividiamo lo stesso cinismo, lo stesso grottesco, che poi diventa passione. La stessa ironia. È diventata un’amica del cuore. L’anno scorso io volevo andare a Sanremo con un brano dedicato ai miei nonni, non andò e non mi presero. Ci rimasi male non professionalmente, ma umanamente. Sarebbe stato un regalo per loro. E allora sono scappato in Brasile,a casa di Fiorella, e mi sono completamente dimenticato di quel dramma. Mi ha portato nelle favelas, mi ha fatto scoprire posti incredibili. E lì ho capito una cosa.
Che cosa?
Sanremo spesso diventa strategia. La serata dei duetti, l’idea strana, la mossa studiata. Io non sono fatto così. Le idee che mi vengono sono quasi sempre sbagliate. Io volevo partire dai punti saldi della mia vita. A trent’anni Sanremo è un’occasione professionale: se c’è bene, se non c’è non succede niente. Le cose importanti sono altre. La salute, la serenità, le persone che ami.
Io non posso prendermi l’anima per Sanremo. E in questo Sanremo volevo accanto una persona amica. Una persona che, se ho un problema con una canzone, magari non chiamo. Ma se ho un problema con me stesso, sì. Quello per me è valore aggiunto.
Insieme omaggerete un’altra artista enorme, Ornella Vanoni.
Sì, una grande artista che io non ho mai conosciuto. Fiorella ci mette l’amicizia, io la stima artistica. Ma tutto nasce dal fatto che io là sopra volevo stare con i miei valori, con le mie persone, con la mia tranquillità. Fiorella per me è casa. C’è una stima artistica enorme, prima ancora dell’affetto. Mi sento professionalmente vicino a un gigante, e insieme facciamo questo omaggio a cui entrambi teniamo molto. Non so se è un’idea geniale, non so se funziona sui social. Ma io faccio il cantautore, non l’autore televisivo. E accanto a me volevo una persona che stimassi e che amassi. L’ho trovata.
Credit Mauro Balletti

