“È una canzone bellissima, anche se non dovrei essere io a dirlo”. C’è un entusiasmo palpabile nelle parole con cui Malika Ayane racconta il suo ritorno al Festival di Sanremo con il brano animali notturni di cui firma il testo insieme a Edwyn Roberts e Stefano Marletta, mentre la composizione vede coinvolti Merk & Kremont e Luca Faraone. Un brano che segna per l’artista anche l’avvio di un nuovo percorso musicale in casa Carosello con cui pubblicherà il prossimo album, atteso entro l’inizio del tour autunnale nei teatri.
Come è nato il brano e come sei intervenuta sul testo?
La cosa più interessante dell’approccio a questo brano è stata che, invece di buttare via un testo e scriverne uno che parlasse di me ora, sono partita da quello che diceva già e che potenzialmente poteva essere applicabile a me adesso. Come un bel vestito, e sono andata a rifinirlo. Quindi, le frasi che potevo aver scritto io, poi le ho scritte io. E quelle che andavano bene così sono rimaste.
Il filone che ho deciso di dare – questa consapevolezza del riconoscersi, del trovarsi sia con sé che con qualcun altro – è molto mio. Guardare l’alba come fosse sempre una cosa nuova, con qualcuno che però è lì, “usato garantito”, più che qualcuno di nuovo: quella cosa lì mi appartiene molto. E soprattutto c’è il divertimento di non essere al centro, il centro di una cosa. È una sensazione straordinaria.
Musicalmente questo brano sembra più leggero rispetto ad altri tuoi lavori.
Non ci vedo tutta questa anomalia. Ho fatto brani apparentemente leggeri anche in passato. Questo è quasi filologico rispetto al periodo musicale a cui si ispira e stiamo parlando di quasi cinquant’anni fa. C’è freschezza di suono perché ci sono strumenti contemporanei usati in quel modo, ma non c’è nessuna volontà di “corrompere giovani menti”. Sono più furbi di noi.
Ma tu sei un ‘animale notturno’? Che rapporto hai con la notte?
Tra concerti all’alba e aerei improbabili da prendere, vivo la notte in un modo totalmente inedito. Durante la preparazione della maratona di New York mi è capitato di finire la corsa all’alba e di entrare nei club dopo aver corso. Ero sicuramente quella meno sudata. È stata un’esperienza mistica.
Che Sanremo ti aspetti?
Mi aspetto di divertirmi tantissimo. È una conquista, anzi è una memoria. Il mio ultimo Sanremo è stato quello senza pubblico, quindi dico sempre che ne ho fatti “cinque e mezzo”: il prossimo prenderà quell’“uno e mezzo” che mancava nel 2021. Andare a teatro da soli è stato uno dei momenti in cui mi sono resa conto che, di base, valiamo come una pianta di ficus – anche se siamo trattati un po’ meglio, per fortuna, pensando alla fine che fanno le piante a casa mia.
Quell’esperienza mi ha rimessa a fuoco sul valore delle cose. Ogni passaggio è importante e proprio per questo non va temuto: va goduto e accompagnato. Torno a Sanremo con leggerezza. Se potessi portarmi cinquanta persone solo per godersi l’esperienza insieme a me, lo farei. È una bellissima possibilità, quindi deve essere una festa.
Come vivi le polemiche che ogni anno accompagnano il Festival?
C’è sempre differenza tra quello che gira intorno a una manifestazione così chiacchierata e quello che succede dentro. Ho fatto una prova per ora e ho incontrato la squadra di lavoro che conosco da quando ero pischella, l’orchestra. Ho visto entusiasmo, disponibilità, persone che lavorano volentieri. E questo è un privilegio enorme. Ci prendiamo anche la parte “festosa”, ma non è scontato lavorare in un ambiente così. Chi sta fuori deve commentare, chi sta dentro deve viverlo e difenderlo perché sia il più bello del mondo.
Perché hai scelto Claudio Santamaria per interpretare la cover di Mi sei scoppiato dentro il cuore?
Claudio è un attore fantastico, bello come il sole, canta da Dio, ha un’intensità rara. Sarebbe stato da cretine non portarselo.
Durante la settimana sarai anche in ottima compagnia femminile.
Sono molto contenta, per esempio, di ritrovare Rosalba, Arisa: abbiamo debuttato insieme a Sanremo nel 2009, quando lei vinse con Sincerità. Eravamo piccoline ad affrontare tutte quelle cose nuove. Levante discograficamente è arrivata poco dopo ma anche lei con un carattere fortissimo. E poi c’è Margherita, Ditonellapiaga. Mi piace che ci siano voci femminili molto diverse tra loro, ma ognuna con un’identità precisa.
Mi aspetto ancora con gioia il momento in cui non diremo più “artisti donne” e non staremo lì con il contagocce a contare quante siamo. Ho visto tutti gli altri solo il giorno della foto di presentazione delle canzoni, ma mi sembra che ci sia davvero un bel clima. Non so se perché ultimamente ho uno spirito da film di Frank Capra — tutto è strepitoso, è bellissimo (ride) — però secondo me se comunichiamo quanto è bello vivere la parte ludica della vita, vedere le storie che germogliano e diventano colonne sonore per chi è a casa, allora fuori si riflette il bello.
Quale senti può essere la tua vera vittoria in questo Sanremo?
Forse smettere di cercare validazione solo fuori. Se ti dici da solo che sei bravo non vale, è come portarsi i genitori ai concerti a 18 anni. Però allo stesso tempo sentire che vali solo se qualcuno te lo dice è una trappola. La conquista è godermi il momento. Liberarsi il più possibile da quella dipendenza dal giudizio per stare bene e concentrarsi su quello che si vuole dare davvero. E, poi, se mi garantiscono altri vent’anni fatti bene senza podio, accompagno i miei colleghi gentilmente!
Dopo Sanremo?
Ho scritto tanto. Negli ultimi tre anni ho raccolto canzoni, ho lavorato con amici e con ragazzi sconosciuti che sono diventati amici scrivendo insieme. Non so ancora che disco verrà fuori né quando esattamente, anche se penso in autunno, perché dobbiamo andare in tour e abbiamo bisogno di canzoni nuove. Il repertorio è stupendo, ma con il passato ci si fa il sugo, mi hanno detto una volta. Cinque anni per fare un disco sono tanti: deve essere intenso, altrimenti avrei sprecato un’opportunità.

