È notizia di questi giorni che Alberto Ravagnani, 33 anni e tra i sacerdoti più seguiti sui social, abbia deciso di sospendere il ministero presbiterale. Volto noto della pastorale giovanile milanese e punto di riferimento per molti ragazzi, Ravagnani ha spiegato di voler continuare a vivere la fede e il servizio a Dio, ma fuori dal ruolo istituzionale di prete, parlando di una “dissonanza” ormai insanabile tra la propria identità personale e quella sacerdotale.
Sulla vicenda è intervenuta Cristina Scuccia, l’ex suora che partecipò e vinse la seconda edizione di “The Voice“ nel 2014. Nel 2022, ospite di Verissimo, annunciò di aver rinunciato ai voti per inseguire la sua più grande passione: il canto.
Sul suo profilo TikTok, con gli occhi pieni di lacrime, Cristina — come riportato — ha dichiarato:
“Non è facile per me parlare delle ferite ricevute in ambito religioso. Forse perché non te le aspetti e fanno ancora più male! […] Non conosco Don Alberto Ravagnani, ma al di là di tutto voglio estendere un pensiero di affetto e una semplice preghiera.”
Scuccia, avendo vissuto un percorso di fede simile a quello di Ravagnani si è connessa a lui con empatia:
“Posso capire cosa stia attraversando perché sono anch’io un’ex suora. Non è facile per me fare questo video. […] Ho delle ferite che non si riescono a cancellare. […] Sicuramente il mio modo di testimoniare, il mio modo di mettere a servizio i miei doni sarà stato fuori dal comune, ma proprio perché fuori dal comune, potrà essere stato scomodo, giudicato, attaccato. […] Io non ho mai voluto essere più grande di Dio, io mi muovevo perché volevo che Lui fosse più grande, che il suo nome vincesse.”
L’aspetto che l’ha fatta soffrire di più è stata l’assenza di empatia e fraternità, in un ambiente dove, secondo lei, dovrebbero essere alla base di tutto:
“La cosa più dolorosa è trovarti sola nel momento in cui tu hai sempre creduto nella fraternità, tu hai sempre creduto nella comunità, nella Chiesa come famiglia. E tutto questo nel momento più difficile non c’è stato. Ecco, questa è la ferita più grande che io mi porto ancora ad oggi. […] Se c’è una cosa che ancora non riesco a perdonare è questo poco atto di amore, di umanità, di maternità nel mio campo. Tra consorelle, suore, madri, non ho ricevuto questo, ad eccezione di pochissime figure che mi sono state accanto.”
Cristina suggerisce quindi un rinnovamento coerente con i linguaggi e la cultura di una società che cambia di giorno in giorno, oltre a una maggiore accoglienza verso chi si discosta da una regola:
“È più facile mettere all’angolo qualcuno che è in difficoltà o trascinarlo dentro regole che sono sempre state seguite, piuttosto che allargarsi verso nuovi fronti per cercare di capire cosa stia attraversando quella persona, senza chiudere le porte in faccia. Siamo tutti umani, quindi posso capire la fragilità, magari al di là di quello che appare. Non si giudica mai un libro dalla copertina. Questo lo vivo ogni giorno, l’ho vissuto sulla mia pelle e quindi non farei mai una cosa del genere a Don Alberto. Estendo a lui un abbraccio e una preghiera, e forse anche quel gesto di umanità che non ho ricevuto e che oggi, in qualche modo, dono a lui. Perché Dio è amore, è misericordia. Dio abbraccia, Dio non chiude le porte a chi è diverso, ma accoglie.”

